Un bel nome storico

Una delle prime battaglie che mi è toccato di sostenere con determinazione degna di miglior causa contro una pletora di adulti ridacchianti e piuttosto scemi è stata quella per dimostrare che non ero io quel fortissimo capitano di ventura che sradicava gli alberi con le mani, vinceva tutte le guerre e abitava nel castello sforzesco di Milano. Non andava certo all’asilo a giocare con la plastilina, quello. In privato, la mia perplessità ricorrente era: “Ma che c’entro io?” con questo accrocchio di sibilanti difficilissimo da pronunciare, specie se uno ci ha il cosiddetto “pisello”?

Poi ho trovato finalmente la risposta a quella domanda, meno stupida di quanto sembri a prima vista e che, come del resto avevo ripetutamente sospettato, suona “niente”, in linea con le conclusioni di certe scuole filosofiche sempre à la page come il cinismo. Insomma portare un nome storico pare una cosa da nulla, al massimo un po’ da ridere, e invece è una faccenda piuttosto seria. Tempo fa commentavo con un restauratore di libri senese che ha la ventura di chiamarsi Simone Martini che la gente si aspetta facilmente da un povero cristo che porta un bel nome storico qualcosa di straordinario. Pazienza, direte voi.

E adesso esaudirò la vostra curiosità se sono o non sono imparentato con la nobile casata. La probabile origine di questo non così infrequente mio cognome (ci sono intere pagine della guida del telefono di molte città stipate di Sforza da cima a fondo) è ben poco nobile: gli estremi spesso si toccano: la cosa più probabile è nei passaggi delle truppe che devastavano la Marca di Pesaro-Urbino nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, al soldo appunto degli Sforza DOC. Ovviamente, nove mesi dopo, il lanzo e il suo comandante erano da tempo andati a farsi friggere, e il partito migliore per qualcuna delle sventurate che avevano risposto (o anche no, ma questa possibile origine del cognome preferirei neanche pensarla) poteva anche parer quello di attribuire la paternità del suo fiorellino di campo al capo supremo di quelle truppe. Sia soddisfatta così l’inespressa curiosità delle mie amiche che godono a fare invidia alle loro annoverandomi fra le loro relazioni. E se non basta, vi invito a leggere quanto segue.

Il viale Giulio Cesare mette capo al largo Ermenegildo Fregnetti.
E tal è di noi. Amen.
Gadda

Immaginiamo una famiglia di oggi, magari di Marsiglia, in Francia. Agiatezza borghesotta in lento inesorabile ingrassamento, zii ogni tanto in visita. Insomma niente di più normale. L’unica particolarità è che il cognome fa nientedimeno che Bonaparte. Potrebbe tranquillamente provenire dal medioevo: una notazione geografica o, nella più fantasiosa delle ipotesi, una osservazione di opportunismo che passa di padre in figlio. Ma no, c’è di mezzo il fatal còrso. Chi potrebbe pretendere freddo distacco nei confronti di questa inebriante coincidenza? In Francia, poi!

Così, Madame Flore Chablis mariée Bonaparte che, come tutte le ragazze di buona famiglia si è preparata alla sua attuale funzione di moglie soddisfatta, madre amorevole e donna annoiata e un po’ maligna con studi di storia dell’arte, guarderà forse con un certo languore le mele appena comprate al mercato, provando a tenerne una fra il pollice e il medio della mano sinistra proprio come fa la famosa statua del Canova, vista a Roma tanti anni prima, anche se da tempo i suoi seni non sono più, come si dice, scultorei. M. Barret, il negoziante di cappelli, repubblicano convinto, forse massone, che tiene una impolverata feluca di foggia napoleonica in vetrina, riceverà Jules-César Bonaparte, il capofamiglia, con una cordialità leggermente sopra le righe della loro superficiale, ancorché annosa, conoscenza. E chi si azzarderebbe a giurare che il nome non ha avuto alcun peso nella passione che ha consumato la giovinezza e buona parte delle sostanze dello zio Ignace Bonaparte, i cavalli? Che la risposta ai bambini che chiedono se quel Napoléon che hanno appena trovato sul sussidiario è o non è un loro antenato non sia costata ai cosidetti adulti qualche segreto sospiro? E soprattutto che la corte di un Bonaparte -Georges, nella fattispecie,  il rampollo già piuttosto avanti negli anni e nella pinguedine- non abbia aggiunto qualche spruzzo di bleu-blanc-rouge alla grigia vita di Geneviève Cailloux, ragazza di umili origini, abbastanza intelligente ma anche, il faut le dire, ignorante come una capra?

Geneviéve, di recente, è rimasta incinta. Di solito i consigli sono da evitare -sia darli che riceverli- ma nel caso di questa famiglia immaginaria, proprio perché immaginata apposta, un consiglio mi sento di darlo, magari alla piccola Geneviève che ancora non è entrata ufficialmente a farne parte. Anzi, più che un consiglio è un ordine perentorio: fai quello che vuoi, fantasiosa fanciulla, vai in giro finalmente a comprarti i vestiti che hai sempre desiderato, ritorna sulla spiaggia di Sète a fare l’amore con il tuo fidanzato benestante, dimentica le precauzioni che il tuo amante sudaticcio ti raccomanda. Diventa finalmente anche tu una Bonaparte come madame Flore, non rimpiangerai la miseria. Ma una cosa ti proibisco: di mettere alla creatura che porti in grembo il nome che ieri hai proposto per ischerzo al tuo fidanzato -anche se ne conosci almeno altri tre, il fruttivendolo, il postino e l’agente dell’agenzia di viaggi, che con quel nome se la cavano benissimo. Loro hanno un altro cognome. Tu scegli un nome qualsiasi, al limite sceglilo a caso. Ma non lo chiamare Napoléon.

Maastricht, 3 settembre 2000

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