Dialogo sul Bosforo

Nel tempo che l’Europa era ubriaca d’odio e di militarismo e intenta insanamente ad autodistruggersi, fu la giovanissima, anzi appena nata, Turchia ad accoglierne e salvare una delle parti migliori. Il padre della Turchia moderna, Ataturk, aveva molto a cuore l’educazione e coglieva ogni occasione per sottolinearne l’importanza, anche con l’ esempio personale, facendosi fotografare seduto fra i banchi come uno studente. Una prima idea dell’Europa la troviamo dunque proprio in lui, Ataturk, quale modello dell’ intenso programma di riforme che modernizzò l’impero Ottomano. Modello ben scelto e perfettamente distinto dalla follia che, non solo negli anni del nazismo, ma anche nei cinque secoli precedenti, aveva acceso roghi di libri e persone, e perseguitato gli studiosi. E’ questo intenso lavoro che ci permette oggi di guardare alla sponda orientale del Mediterraneo con relativa sicurezza. Siamo sicuri di non avere nulla da imparare?
Una crudele campagna, iniziata in Germania nell’aprile del 1933 pretendeva di spossessare gli ebrei perfino della loro lingua madre. “Der Jude kann nur judisch denken” (l’ebreo può pensare solo in ebraico) si argomentava con feroce ignoranza. La loro “lingua madre” non era quella che parlavano da bambini, ma quella del loro testo sacro. Dunque essi andavano considerati estranei alla cultura tedesca e le opere che scrivevano erano in realtà delle traduzioni dall’ebraico. Un vigliacco bizantinismo che sembrava fatto apposta per perseguitare i filologi e una mediocre astuzia per non fare i conti coi contenuti. Ricorda Fritz Neumarkt (economista, poi rettore dell’università di Francoforte): “Vidi con profondo stupore, sulla lavagna, una nota della Unione degli Studenti Nazionalsocialisti, che diceva che d’ora in avanti tutte le pubblicazioni dei professori ebrei sarebbero state considerate “traduzioni dall’ebraico” (un linguaggio che io non conoscevo). Questa diffamazione di uomini che non avevano mai considerato altro che il tedesco come la propria lingua madre, e l’avevano amata, mi mostrò finalmente che non era più possibile per me lavorare in una università che continuava a portare il nome di “Johann Wolfgang von Goethe” per salvare le apparenze”. Se si pensa che la parola “Ubersetzung” vale in tedesco, nella forma intransitiva, “trasferimento”, si può cogliere il sinistro presagio che essa conteneva, oltre che per gli intellettuali, per le persone comuni.
Nel luglio dello stesso anno, mentre venivano chiuse agli ebrei le porte delle università tedesche, rendendo così accessibile una bella quantità di posti a conformisti meno dotati, a Istanbul il professor Albert Malche, pedagogista di Ginevra in contatto con la “Società di soccorso per gli studiosi tedeschi all’estero”, creata tempestivamente in marzo dal prof. Philipp Schwartz, stringeva la mano del giovane ministro dell’educazione Resit Galip. Col supporto del ministro della Sanità Refik Saydam, passò la riforma del Dar-Ül Fünun (casa del sapere), istituzione educativa ereditata dall’impero Ottomano. Nacque così l’Università Statale di Istanbul, dove fu accolto un gruppo di circa 130 intellettuali, alcuni di statura enorme. Giova ricordare fra gli altri: Fritz Neumarkt, Ernst Reuter (urbanista, poi sindaco di Berlino), Georg Rohde (filologo classico), Rudolph Nissen (medico), Rudolph Belling (scultore “degenerato”, nominato personalmente da Ataturk alla cattedra di scultura), Alexander Rüstow (sociologo), Wilhelm Röpke (economista), Paul Hindemith (compositore), Carl Ebert (produttore teatrale), Leo Spitzer (filologo) ed Erich Auerbach.
A Istanbul, per i nostri studiosi, il “trasferimento” era quello, tutto sommato piacevole, in vaporetto, dalla sponda orientale, dove risiedevano a quella europea del Bosforo, dove si trovava l’università. Costretto, come lui stesso racconta, a trovare l’universale nel particolare anche dalla mancanza di biblioteche, Auerbach si arrangiava come poteva. Chiese libri al nunzio apostolico, un italiano con un gran naso, del quale si sapeva non ci pensava due volte quando si trattava di aiutare la gente in quegli anni difficili. E così, nella Istanbul di Ataturk, fu Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa, ad aprire le porte della sua biblioteca al grandissimo studioso ebreo. Che scrisse in quegli anni un libro e un poderoso monumento alla civiltà occidentale: Mimesis.
Le opere di Auerbach non sono molte, alcune ricavate da appunti o pubblicate postume. Ma tutte costituiscono pilastri sui quali si sono formate generazioni di critici, di accademici e, cosa rara, di scrittori. Tanto ferma è la presa del filologo tedesco sui testi che egli non cede, come accade spesso nella critica di marca francese, alla tentazione di imitarli o di competere con loro. Le pagine che descrivono la “gigantesca figura morale di Farinata” e quella, più impulsiva, di Cavalcante, tolgono il fiato. Esse illuminano insieme l’epoca storica e in essa, con germanica precisione, fin negli accenti e nelle virgole, lo straordinario vigore creativo di Dante. E’ verso gli autori che tratta, non su sé stesso, che il generoso Auerbach indirizza il gesto mimetico del suo lettore.
Altrettanto sicura è l’idea di Europa, costruita attorno allo sviluppo delle lingue romanze, con un riconoscimento esplicito del loro primato su quella tedesca -certo non conformista in patria. Il lettore si trova di fronte la concreta realtà del lavoro poetico: dall’analisi del commovente passaggio dell’Odissea, quando la vecchia schiava riconosce il suo signore dall’ antica ferita di caccia, alle ultime pagine, dove si legge che “fu la storia di Cristo, con la sua spergiudicata mescolanza di realtà quotidiana e d’altissima e sublime tragedia, a sopraffare le antiche leggi stilistiche”. Niente meno di questo è il “realismo nella letteratura occidentale”, come recita il sottotitolo dell’opera, che arriva a Virginia Woolf.
L’esperienza degli anni ’40 a Istanbul è inoltre da studiare per le riflessioni che essa indusse, in alcuni dei maggiori pensatori europei, sul problema della traduzione, presente a tutti i livelli e in tutte le discipline: non certo nei termini falsi e persecutori già menzionati, ma in quelli positivi e problematici della riformulazione di un sapere e di un metodo in un contesto in trasformazione. Assieme a Georg Rohde, il ministro Yücel, lui stesso studioso di linguistica comparata, si accinse all’opera, ciclopica, della traduzione della letteratura europea in un turco appena nato e non ancora linguisticamente consolidato. Fu inventato, infatti, anche l’alfabeto.
Auerbach fu accolto poi negli USA, dove ha insegnato anche Edward Said, probabilmente il più noto intellettuale palestinese, scomparso l’anno scorso. Questi ha scritto l’ introduzione all’edizione del cinquantenario, dove si sofferma sulle circostanze di esilio e di spaesamento dello studioso. Le considerazioni di Said illuminano anche il destino dell’autore che Auerbach, e con lui tutta la grande tradizione storiografico-filologica tedesca indicava come il suo punto di partenza: Giovan Battista Vico: isolato in vita, studiatissimo all’estero e quasi ignorato in patria per due secoli. Said coglie l’occasione per tracciare un profilo dell’intellettuale come figura di confine, mai veramente a casa: “Mimesis non è soltanto una riaffermazione della tradizione occidentale, ma anche una manifestazione di alienazione da essa”.
Non c’è bisogno di sottolineare l’attualità del problema posto. In una Europa che vede disfarsi rapidamente le identità storiche di cui è composta e non riesce a darsene un’altra con la stessa rapidità, lo spaesamento è la situazione abituale e la capacità di pensare e risolvere per insiemi complessi diventa condizione di sopravvivenza. L’intellettuale spaesato è, per definizione e necessità, non conformista, anche perché non ha niente a cui conformarsi.
Insomma, se per l’Europa è decisivo che la Germania superi finalmente il cliché sanguinario del nazismo, meccanicamente ribattuto dai mezzi di comunicazione di massa, senza certo dimenticare gli orrori, ma anche senza perdere -o limitando al minimo le perdite- ciò che il pensiero tedesco moderno ha significato di progressivo e fecondo, la Istanbul degli anni ’30 e ’40 è un luogo di memoria obbligato, che qui segnaliamo a dispetto dei pregiudizi. Quando l’inarrestabile Wehrmacht arrivò a 100 chilometri da Istanbul e l’ambasciatore Franz Von Papen revocò i passaporti, i turchi difesero i loro ospiti a muso duro e offrirono loro la nazionalità turca.
Basta e avanza, comunque, una realizzazione come Mimesis, quasi una carta d’identità culturale dell’Europa, per dare alla Turchia dignità d’interlocutore da non umiliare con rozze semplificazioni, come tutte quelle che si riducono ad un semplice “si o no al suo ingresso” in Europa. L’avvicinamento della Turchia all’Europa moderna fu iniziato dagli Ottomani e prese slancio con Ataturk. E’ un fatto rilevantissimo e complesso. Di fronte alla lunga vicenda dei complessi rapporti con la sponda orientale del mediterraneo, il “no” è sciocco e impossibile da pronunciare: in Turchia è stata combattuta la guerra di Troia e ha predicato S. Paolo. Nel “no” è tutto il rischio del conformismo, che nel “sì” invece è assente. Ma il “sì” comporta un impegno in un dialogo di lungo e profondo respiro al quale, probabilmente, molti sono semplicemente impreparati.
Difficilmente i trattati possono esaurire le questioni poste da un rapporto al quale è ingiusto e miope imporre pregiudiziali e che è in sé stesso un bene, ma possono certo complicarle in maniera irragionevole. Il “sì” alla Turchia comporta infatti, altrove, un importantissimo “no”. Miope nel merito e nel metodo, è stata la lunga, e con ogni probabilità non conclusa, diatriba, propriamente bizantina anche nelle forme, sull’ inserimento di riferimenti alle radici cristiane nella costituzione. Piaccia o no, il cristianesimo è nella storia d’Europa, assieme a molte altre cose. Ma La Costituzione non è niente di più e niente di meno che il testo base di riferimento per l’attività legislativa. Scrittura importantissima, ma con finalità e, anche’essa, limiti giuridici precisi. La redazione di quel documento non è il luogo di esami di coscienza eteroimposti, ma della fondazione chiara e distinta delle regole e dei limiti da rispettare nella civile convivenza. Il cristianesimo e la scrittura su cui si fonda sono al di fuori e oltre questi limiti. Volerceli costringere è una manifestazione di ignoranza della natura di almeno una delle due scritture, che non può che complicare il lavoro di chi poi si troverà a dover gestire quei rapporti, stilando trattati e accordi che dovranno avere, anch’essi, precisi limiti giuridici. Ma al di là di questo, che è un discorso in definitiva tecnico, Cesare era, notoriamente, “marito di tutte le mogli”. La compromissione in un trattato politico non può portare nessun buon frutto nemmeno allo stesso cristianesimo, il cui messaggio fu inchiodato ai beni materiali proprio a Bisanzio, dalla donazione di Costantino, e si levò in volo tutte le volte che seppe staccarsene.
Le prospettive di un rapporto dell’Europa con la Turchia sono soltanto un esempio di quanto sia stata saggia la resistenza, che ha visto Giorgio La Malfa in prima fila, all’inserimento nella Costituzione dei famosi riferimenti alle “radici cristiane”. Questo non vuole affatto dire negarle ma, al contrario, conoscerle. Sarebbe stato suicida costringere i negoziatori dell’Europa a fare gli apostoli, rendendoli così -fra l’altro- non rappresentativi dell’intera comunità a nome della quale essi devono parlare. Sarà in definitiva la Costituzione a preservarci da leggi infami come quella nazista, ricordata qui sopra, che confondendo sacro e profano spense nella volgarità lo spirito straordinario della Germania dell’Ottocento. Insomma, l’abbiamo scampata bella.
La percezione diretta del movimento, che lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha messo in primo piano, impone un modo collettivo di riflettere e di prendere decisioni a livelli di complessità crescente. E’ un brutto segno tentare di farne a meno, imbrancandosi in gruppi per i quali l’unione è un fine e non un mezzo (prima ci si unisce e poi si fa il programma?) e il conformismo l’unica forza coesiva. Oppure quando alle contraddizioni che puntuali arrivano dalla realtà in tumultuosa trasformazione i responsabili propongono di applicare impiastri a base di bizantinismo. Le espressioni migliori del pensiero contemporaeo non soffrono le etichettature con le quali il conformismo scherma la sua pigrizia a prendere atto di un divenire storico che si fa sempre più rapido, complesso e convulso. Il nome di Auerbach viene citato nell’ultimo libro di uno dei più stimolanti autori contemporanei, un altro spaesato, il franco-americano René Girard, che presenteremo al paziente lettore della Voce in un altro articolo.
La Voce Repubblicana
05/03/2005

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